L`OSSESSIONE DEL PROGRESSO E LA MOLTIPLICAZIONE DEGLI SCIOCCHI
Augurandovi buone feste vi suggerisco la lettura di questo interessante articolo comparso su Repubblica di oggi:
Non passa ora senza sentire, sulla bocca di molti, la frase: «Non si può tornare indietro di trent`anni». Se il nostro sistema pensionistico o sanitario è insostenibile, bisogna andare avanti: se le spese per le nostre scuole elementari sono enormi, bisogna andare avanti: se una recente riforma ha quasi cancellato l`università, bisogna andare avanti: se gli insetticidi sparsi sul mais uccidono le api, bisogna andare avanti: se la pesca indiscriminata distrugge centinaia di specie marine, bisogna andare avanti; se nel Kosovo gli Stati Uniti e l`Europa hanno costruito uno stato di banditi, bisogna andare avanti. Non importa se, avanti, ci sia l`abisso o una più modesta voragine. L`uomo del 2008 è (o era) convinto di non sbagliare mai: quello che ha fatto, appunto perché stato fatto, è giusto o sacrosanto. O, per meglio dire, possono sbagliare i panettieri, gli ingegneri, i pedoni, gli operai, i contadini, gli scrittori, ma un uomo politico o un economista o un banchiere non sbaglia.
Anche in altri tempi gli uomini facevano sciocchezze, ma mai con tanta fiducia ed ostinazione. Come molti confratelli del passato, l`uomo del 2008 crede nel progresso. Per lui, la storia è saltata su un treno velocissimo, o su un jet che sfonda l`infinito, e continua a procedere nel vuoto del futuro. La storia non erra: se lo si ammettesse, il treno e il jet dovrebbero fermarsi, e procedere lentamente all`indietro; e ciò è impossibile ed escluso.
Come quasi tutti gli storici sanno, nella storia non c`è nemmeno un`ombra, o un barlume, di progresso ininterrotto. Quando sta per giungere alla meta, all`improvviso la storia si ferma, bivacca per qualche tempo in un bosco o in una palude, si addormenta, produce catastrofi, ripercorre la strada che ha già percorso, procede a zig-zag. Sarebbe bello conoscere la strada che ci porta, cautamente, indietro. Ma gli uomini del 2008 non si guardano attorno: sono lieti ed irresponsabili, e contemplano già, in sogno, il radioso volto del futuro.
L`attuale crisi economica americana è il segno che un momento storico si sta, forse, concludendo. Abbiamo vissuto per quasi quarant`anni nella fiducia che il treno rapidissimo del progresso corresse sempre avanti. Ogni anni il Prodotto interno lordo (il famoso Pil) doveva essere maggiore che l`anno prima; e se il Pil cresceva, cosa importava il resto? Il passato era un peso e una seccatura.
Distruggevamo le buone cose del passato, che avevano dimostrato la loro solidità, appunto perché erano passate.
Non importava nulla se ogni giorno violavamo la natura, e così cancellavamo la possibilità di avere pesci nel mare, miele nelle arnie, boschi sul pianeta.
Da trenta o quarant`anni, non viviamo più nel presente. Pareva inutile fare le cose che servono al presente: leggere libri, studiare, saper scrivere in italiano, francese ed inglese, cercar di osservare e capire ciò che accade fuori di noi (e dentro di noi), vedere il mondo com`è e non secondo le nostre immaginazioni ed illusioni. Avevamo solo il desiderio di inghiottire, degustare, divorare ciò che ancora non esisteva. Gli americani compravano case con soldi non posseduti, fidando nei mutui concessi da banche avventurose e incompetenti, e le banche giocavano con la carta, dove qualcuno aveva scritto cifre irreali, come in una partita di Monopoli. L`Europa faceva lo stesso, sebbene con più misura. Nessuno ascoltava il vecchio motto, il tedioso brontolio della civiltà borghese e contadina, che ricordava: «Non bisogna fare il passo più lungo della gamba».
Viviamo in un periodo di stolida ubriacatura, nel quale il mondo occidentale ha smarrito la testa. So bene che ciò che dico appartiene al più trito buon senso tradizionale. E che verrò tacciato come difensore del principio di realtà, completamente superato dai tempi. Ma è bello abitare il 27 dicembre 2008, o qualsiasi giorno dell`anno, conoscendo quanto accade, ora, nel mondo, fissando le cose quali sono, osservandone i limiti, spiegandole e raccontandole, - piuttosto che nutrirsi di quelle che sembrano speranze e sono soltanto gas.
Senza precisione ed esattezza, non si costruisce niente: nemmeno i sogni, che obbediscono ad una logica più rigida della nostra. La scomparsa del principio di realtà ha fatto declinare l`intelligenza, abolendo le qualità costruttive della nostra mente. Ha moltiplicato una cosa sola: il numero degli sciocchi e dei megalomani.
Ennesimo intervento in difesa della famiglia...
INCREDIBILE SOTTOVALUTAZIONE: LA FAMIGLIA AI MARGINI DELLA POLITICA |
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Gli effetti della crisi economica si fanno sentire in ogni settore della società, e le famiglie non fanno eccezione, ed anzi è unanime l’opinione che proprio esse siano i soggetti più colpiti. Si è finito così per parlare di settimane con alcune frasi fatte, molto approssimative e, per questo, banalizzanti. Prima dello tsunami finanziario si diceva correntemente che molte famiglie, ormai, non arrivavano alla quarta settimana del mese; dopo – come se in pochi giorni si fosse potuta fare una stima esatta – si è sovrapposta l’altra dicitura che spostava di una settimana (la terza) il limite di spesa di `tante famiglie`. E non c’è trasmissione televisiva o radiofonica che tratti questioni politiche, nella quale ad un certo punto non compaia l’abusata e rituale affermazione. Nel frattempo, tuttavia, si è provveduto per Alitalia, le banche e il sistema produttivo. E della tanto evocata famiglia nessuno sembra farsi carico. Come difendersi? Nell’acritico ripetersi di questa strana litania laica, si combinano due elementi i quali, probabilmente al di là delle intenzioni di chi se ne fa interprete, finiscono per distorcere sia i problemi reali della famiglia italiana, sia la correttezza delle terapie per superarli. L’approccio demagogico e approssimativo alle tematiche familiari, infatti, proponendo solo e soprattutto l’immagine della famiglia come soggetto `bisognoso` di aiuto, ed ignorandone ogni altro aspetto qualitativo, ottiene l’effetto opposto a quello apparentemente cercato, e cioè la sua svalutazione sociale. Presupposto logico alla derubricazione della stessa famiglia da `cellula vitale della società`, ad oggetto di una non meglio precisabile politica assistenziale. Una prospettiva `bipartisan` e assai relativista, nella quale convergono le approssimazioni comuni della classe politica e dirigente italiana, approssimazioni delle quali i politici cattolici dovrebbero distinguersi. Va infatti sottolineato che, fermo restando il dovere dello Stato di aiutare i cittadini in difficoltà, le famiglie che variamente soffrono gli effetti delle tante crisi che periodicamente si succedono (quella attuale non è certo la prima), esigono un’attenzione diversa e strutturale. Anzi, la difficile congiuntura che coinvolge l’economia mondiale, dovrebbe spingere i politici più consapevoli della proprie responsabilità (siano essi di destra o di sinistra), a riconsiderare gli assetti sociali configurando un ruolo più centrale alla famiglia, la quale proprio nelle difficoltà economiche può e dovrebbe essere considerata come una delle risorse essenziali per la ripresa del sistema, inteso non solo come puro regolatore del profitto, ma come luogo naturale di una giusta convivenza sociale. L’associazionismo e i tanti corpi intermedi della società, continuano ad elaborare progetti aperti ad una visione dinamica del ruolo sociale delle famiglie italiane, e non pochi di questi si ispirano ai principi della `dottrina sociale della Chiesa` che da oltre un secolo sostiene l’impegno pubblico dei credenti. In questi ultimi tempi, invece, sembra di intravedere un pericoloso dare per scontata una conoscenza della sapienza sociale cristiana, che, invece, avrebbe bisogno di essere ben conosciuta nella ricchezza del suo continuo dinamismo di proposte e di contenuti, che certo non possono essere ridotti ad un mortificante e fuorviante assistenzialismo.
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Studenti in piazza...

Gli studenti delle scuole superiori sono tornati oggi in piazza per manifestare contro la riforma Gelmini. Proteste a Livorno, Milano, Napoli, Palermo, Trieste, mentre l'associazione Rete degli studenti annuncia una nuova azione simbolica per giovedì 23 ottobre.
Giovedì ingressi sbarrati. «Il 23 ottobre occuperemo le entrate delle nostre scuole per sbarrare la strada alla riforma e ai tagli con tutta la nostra creatività e voglia di cambiamento», fa sapere l'associazione studentesca, spiegando che sono in programma assemblee e sit-in che si svolgeranno davanti alle scuole a Torino, Verona, Vicenza, Treviso, Padova, Venezia, Siracusa, Bergamo, Cuneo, Prato, Massa, Pisa, Teramo, Frosinone, Roma, Catania, Savona, Reggio Emilia. «Teniamo fuori la Gelmini dalle nostre scuole, perché le scuole sono nostre e vogliamo essere noi a cambiarle. In questi giorni tante scuole e università sono in agitazione per opporsi al progetto di demolizione dell'istruzione pubblica del governo. Rispondiamo alla violenza della maggioranza parlamentare e della Gelmini tenendo vive le nostre scuole, in particolare nei giorni in cui il decreto 137 verrà approvato al Senato», conclude
Rete degli studenti.
A Livorno almeno 8 mila studenti hanno partecipato stamani a una manifestazione che ha attraversato le vie del centro. Il corteo si è svolto senza incidenti e vi hanno preso parte ragazzi delle scuole superiori provenienti da tutta la provincia che hanno scandito slogan a difesa della scuola pubblica e contro il ministro dell'Istruzione. Gli studenti hanno poi raggiunto la Fortezza Nuova dove si sono riuniti in assemblea.
Milano: studenti bruciano copia del dl Gelmini. Una copia del dl di riforma della scuola voluta dal ministro all'Istruzione è stata bruciata davanti Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, dove oggi oltre 200 studenti delle superiori del capoluogo lombardo hanno dato vita a un sit-in organizzato in risposta alle dichiarazioni dello stesso ministro e del vicesindaco di Milano Riccardo De Corato nelle ore successive al corteo di venerdì scorso. Arrivati poco dopo le 9,30, gli studenti hanno esposto alcuni striscioni sulle transenne di fronte al Palazzo Marino e, accompagnati dalla musica di un Dj set improvvisato, hanno bruciato una copia del decreto Gelmini contestato.
A Napoli gli alunni del liceo classico Genovesi, dopo aver tentato un'occupazione dell'istituto, hanno indetto, in piazza del Gesù, un'assemblea pubblica.
Palermo. Oltre 5mila studenti, anche se gli organizzatori parlano di cifre più alte, partecipano a Palermo alla manifestazione di protesta contro la riforma della scuola. I ragazzi, delle scule di ogni ordine e grado, insieme con gli universitari, dopo avere percorso Corso Vittorio Emanuele, sono arrivati in piazza Marina, dove si trova il rettorato dell'università.
Trieste. Una grande mobilitazione studentesca è in atto a Trieste. Dall'Istituto scolastico regionale e dall'Ufficio scolastico provinciale riferiscono che tre scuole sono già state occupate (liceo scientifico Guglielmo Oberdan, liceo in lingua slovena Preseren e l'Istituto tecnico commerciale con annesso Istituto professionale per il commercio Da Vinci-Sandrinelli) e in altri 11 Istituti scolastici sono in corso assemblee che potrebbero sfociare in occupazioni.
Giù le mani dalla didattica
Posto questo articolo dal sito del gruppo Ateneo Studenti di Pisa perchè lo condivido integralmente....
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In questi giorni si respira aria di protesta. Ma cosa sta succedendo?
La legge n. 133/08 (ex “decreto Tremonti”), infligge pesanti tagli al finanziamento statale alle Università e blocca il turn over, cioè permette l'assunzione di un nuovo dipendente ogni 5 pensionamenti.
Dubitiamo dell'utilità di queste misure che, mirando a risanare il bilancio italiano, mancano di una vera e propria strategia a lungo termine.
Protestare è legittimo, ma l’unica forma che finora ha raccolto il consenso dei docenti è la sospensione della didattica e degli esami.
È troppo facile: - i ricercatori, sebbene abbiano preso l’impegno di tenere dei corsi, non spettandogli per legge, potranno tranquillamente non fare ; - i docenti, se le Facoltà delibereranno una “sospensione della didattica”, si asterranno dall'insegnamento, senza implicarsi in una responsabilità personale.
In sostanza, entrambe le categorie continueranno a percepire l’intero stipendio. Serietà nella protesta vuol dire anche saper rinunciare al proprio stipendio, come accade in TUTTI gli scioperi seri!
Ma è DAVVERO UTILE una protesta con questa forma? Storicamente no: non solo tutte le leggi contro cui sono stati indetti “scioperi” sono state approvate, ma l'Università ha via via perso credibilità nei confronti dell'opinione pubblica.
Ancora una volta a rimetterci saranno gli studenti: i docenti, avendo meno tempo per far lezione, non porteranno a termine i programmi e gli studenti dovranno recuperare da soli le lezioni perse. Oppure i programmi subiranno pesanti tagli, a scapito della qualità. Ricordiamoci che noi paghiamo le tasse per ricevere lezione!
Chiediamo innanzitutto che tutti i professori, che per legge devono svolgere 120 ore di didattica frontale all’anno, attendano a questo compito, liberando i ricercatori da oneri didattici.
Chiediamo inoltre che siano innanzitutto le cariche istituzionali, e in particolare i Rettori, a protestare, in quanto responsabili principali del futuro dell’Università e degli sprechi passati. Auspichiamo quindi le loro dimissioni in massa (l’unica protesta che, storicamente, è stata ascoltata dai Governi) e chiediamo loro di dialogare col Ministro e di proporre una seria riforma del sistema universitario. |
Ateneo Studenti Pisa
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